Cenni storici

Il Castello di Spilimbergo
Il Castello di Spilimbergo

L'età del ferro, in particolare, a partire da 3000 anni fa e quindi nell'ultimo millennio prima di Cristo, vede il succedersi in zona di due culture che gli studiosi considerano fondamentali per la determinazione di quel substrato da cui risulterà poi, nei millenni, l'identità della provincia: la 'paleoveneta' e la 'carnica'.

Della prima, avente come centro la zona di Este-Padova, è stata dimostrata la presenza nel Pordenonese grazie a una serie di ritrovamenti recenti che, salvo il caso di San Vito al Tagliamento, si attestano tipicamente nella parte occidentale della Provincia, a Stevenà e Pràdego (Caneva), Coltura e San Floriano (Polcenigo), Palse (Porcia) e Montereale.

Quanto alla seconda, da connettersi con l'espansione di tribù celtiche dell'Europa centrale nel V-IV secolo a.C., ne è ben attestata la presenza da ragioni toponomastiche, onomastiche, letterarie, ma non archeologiche, sicché si pensa a una compenetrazione tra le due culture più che a una vera e propria colonizzazione dell'uno o dell'altro tipo.


La romanizazione, opera graduale che ebbe inizio tra il III e il II secolo a.C., partì in un primo tempo dal vicino Veneto (Opitergium, Oderzo, già centro di irraggiamento della cultura paleoveneta), poi da Aquileia Sondata nel 181 a.C.).

Riguardò, tuttavia, quasi esclusivamente la parte meridionale della provincia e la zona portogruarese, interessate nel tracciato di due importanti arterie: la Postumia (148 a.C., da Genova ad Aquileia) e l'Annia (131 a.C., circumlagunare da Adria ad Aquileia), almeno fino a quando, tra il 42 e il 40 a.C. fu fondata da Ottaviano Julia Concordia.

Si tratto di un evento principe della storia pordenonese, poiché l'immediata conseguenza fu la 'centuriazione' di tutta la parte centromeridionale delI'ager (grosso modo, da Concordia alla 'linea delle risorgive'). Successivamente lo sfruttamento del territorio, anche dal punto di vista viario, risalì lungo il Tagliamento, a est, e lungo l'antichissima 'via del Pedemonte', a ovest, specialmente dopo la completa Sottomissione del territorio 'carnico' ad opera di Tiberio e Druso poco prima dell'era cristiana, Citare località che abbiano dato reperti d'epoca romana (quasi esclusivamente imperiale, del II e III secolo d.C.) è impossibile, sia perché il numero è assai elevato, sia perché la realtà provinciale anche da tale punto di vista è in continuo divenire.

Ma la località più importante è quella di Torre di Pordenone, rivelatasi uno dei Siti archeologici più interessanti, complessi e agiati dell'area veneto-friulana.

Non è il caso di andare oltre una sterile elencazione delle invasioni barbariche che devastarono la zona: nel II-III-IV secolo d.C. quelle reiterate dei Quadi, dei Marcomanni e degli Alamanni; nel V secolo quelle dei Visigoti di Alarico, degli Unni di Attila' degli Eruli di Odoacre, degli Ostrogoti di Teodorico; nel VI quelle dei Bizantini di Narsete e dei Longobardi di Alboino.

Solo quest'ultimi, dominatori del Friuli e dell'Italia per un paio di secoli (568-774), lasciarono numerose tracce (archeologiche, toponomastiche, documentarie) a Stevenà (Caneva), Polcenigo, San Tomè (Budoia), Giais (Aviano), Montereale, Barcis, Claut, Cimolais, Maniago, Meduno, Sequals, Santa Foca (San Quirino), Saletto (Morsano), Rivarona (Pasiano), Azzano, Cordenons, Pordenone, nei tanti San Giorgio e San Michele e San Martino, ma soprattutto a Sesto al Reghena la fondazione dell'abbazia benedettina di Sesto ad opera dei figli di un duca longobardo di Cividale intorno al 730, e prima ancora la fondazione della diocesi di Concordia intorno al 380 (dopo circa un secolo dalla prima penetrazione del cristianesimo), rappresentano altri due avvenimenti destinati a segnare la storia e l'identità della provincia: prime autorità non solo religiose ma anche civili del Friuli Occidentale divennero, infatti, il vescovo di Concordia e l'abate di Sesto.

Porcia: il castello eretto in varie epoche
Porcia: il castello eretto in varie epoche

Quest'ultimo, in particolare, avuta in dono ampia parte del territorio da Adelchi, Carlo, Lotario, Berengario, Ottone ecc., contribuì positivamente alla rinascita della vita e alla riorganizzazione del territorio, dopo i secoli del ferro e del sangue.

Succeduti, però, ai Longobardi i Franchi (I'ultima resistenza di Adelchi ebbe luogo proprio in Friuli), la conseguente rinascita carolingia fu stroncata da una decina di feroci invasioni magiare, le peggiori della storia friulana, abbattutesi in circa mezzo secolo tra l'899 e il 951, che fecero retrocedere di qualche secolo la vita civile.

E' in seguito a questa tragedia che vennero accolti nuclei slavi ad abitare terre abbandonate (Sclavons presso Cordenons, Schiavoi presso Sacile, Gradisca presso Spilimbergo ecc.); e soprattutto che gli imperatori germanici presero ad offrire via via al Patriarca d'Aquileia (avente sede inizialmente ad Aquileia, poi a Cormons, a Cividale, infine a Udine) il potere feudale sull'intero Friuli, che da allora (1077) si denominò Patriarcato d'Aquileia o Patria del Friuli.

È la fase 'castellana' della storia anche locale, caratterizzata dal proliferare d'una quarantina di castelli, corrispondenti a un numero poco minore di feudi patriarcali e di casate feudali per lo più d'origine germanica, riunite in quel Parlamento della Patria che è, forse, il più antico d'Europa e ché potrebbe derivare da una specie di 'Consiglio dei pari' costituito alcuni secoli prima dai duchi di Cividale tra la nobiltà longobarda del ducato friulano.

In questo Parlamento, presieduto dal Patriarca e formato da più di cento membri, il vescovo di Concordia e l'abate di Sesto occupavano i primi posti tra i feudatari religiosi, mentre i signori di Prata, Porcia-Brugnera e Polcenigo i primi posti tra i feudatari laici.

Sia per le invasioni ungare, sia per quest'organo di autogoverno seppur aristocratico, lo sviluppo della vita comunale, elemento caratteristico della storia italiana dei secoli Xll e Xlll, qui si verificò piuttosto tardi (secolo XIV), con le sole eccezioni di Sacile e di Pordenone che hanno in ciò almeno un secolo di precedenza sul resto della provincia (inizio secolo Xlll).

Il caso di Pordenone è tuttavia diverso, anche per altra ragione, dal resto del territorio, dal momento che, per un lungo e non chiaro complesso di vicende, tra il secolo Xlll e il XVI fu capitale di uno staterello ben più antico: la Curtis regia Naonis, costituitasi all'incirca nei secoli Vlll e IX, che mai fece parte della Patria e del Parlamento, ma fu privilegiata enclave transalpina, e soprattutto asburgica, in territoririo patriarcale.

Tale situazione si modifico decisamente nei secoli XV e XVI: tra il 1418 e il 1420 la Repubblica di Venezia, già da tempo incamminata a diventare potenza di terraferma, occupo l'intero Friuli ad eccezione dello staterello pordenonese, la cui eliminazione avvenne solo nel 1508 nel corso di vicende europee connesse con la Lega di Cambrai.

Se sul piano culturale l'occupazione veneziana significo il definitivo inserimento nel Rinascimento italiano, diverso è il discorso sul piano economico: positivo per Pordenone, che rinsaldò i suoi rapporti privilegiati con Venezia lungo il sistema idroviario Noncello-Meduna-Livenza e preparò le precondizioni (nei settori metallurgico, tessile, ceramico, cartario e molitorio) del suo futuro sviluppo industriale, passando in quel secolo da 3000 a 7000 abitanti, piuttosto negativo il bilancio per il resto della provincia (a parte il settore fabbrile di Maniago), soprattutto per l'incameramento e la vendita delle 'terre comuni' su cui per secoli era sopravvissuta gran parte della popolazione (e ciò ampliava il latifondo e generalizzava l'abitudine della vecchia e nuova nobiltà a vivere di rendita passiva e parassitaria).

L'abbazia benedettina di Sesto al Reghena (la cui fondazione risale all'anno 730)
L'abbazia benedettina di Sesto al Reghena (la cui fondazione risale all'anno 730)

Ma l'impoverimento estremo del mondo contadino, che esplose nella feroce rivolta del 1511, come poi in tante altre parti d'Europa, aveva anche altre cause: le quattro invasioni dei Turchi bosniaci, che tra il 1472 e il 1499 massacrarono migliaia di persone e bruciarono centinaia di villaggi; un'impressionante serie di carestie e pestilenze, una quindicina tra il 1511 eil 1630; l'irrigidirsi, come altrove in Europa, del potere in forme sempre più esclusive; le persecuzioni connesse con il serpeggiare della protesta luterana.

Alla metà del Seicento la popolazione sopravvissuta era circa il 40% di quella d'un secolo prima. Si mise così in moto anche l'emigrazione -che ha qui una storia senza dubbio più antica che altrove- prima verso Venezia, poi, nel Settecento, verso Trieste e l'Impero austro-ungarico.

Una prima inversione di tendenza fu determinata nel corso del Seicento dalla rapida diffusione del mais, da quella molto più lenta e contrastata della patata, dall'incremento demografico, ma Soprattutto dalle vicende dell'epoca napoleonica: non solo per le due battaglie del Livenza (1797 e 1809) e le tre del Tagliamento (1797, 1805, 1809), ma soprattutto per le riforme sociali e amministrative (basterebbe ricordare il primo rilievo cartografico del territorio nel 1801-1805).

Il periodo della dominazione austriaca (1815-1866) fu contrassegnato da una fortissima depressione, di cui gli 'anni della fame' (1817-1818 e 1847­1849), con centinaia di morti per denutrizione, sono solo i momenti culminanti, ma insieme si ebbe anche una serie di elementi di crescita che prepararono lo sviluppo della zona: il tracciato della statale Pontebbana (1813-1816), l'istruzione della scuola elementare praticamente in ogni paese (1818), il decollo di grandi industrie pordenonesi nei settori ceramico, cartario e soprattutto tessile (1840), la precoce utilizzazione dell'energia idro-elettrica (1838-1840), la costituzione dell'Associazione Agraria Friulana (1846) la diffusione delle idee liberali e unitarie dopo il 1848-1849, la partecipazione di circa 1300 volontari della zona alle vicende risorgimentali del 1848-1867, il collegamento ferroviario con Venezia e Trieste (1855­1860), i primi tentativi di meccanizazione agricola negli anni Sessanta, il plebiscito di annessione all'Italia (1866) ecc.

Il passaggio all'Italia, cui seguì un periodo di forte depressione nel mondo agricolo, segnò i'inizio di un imponente flusso migratorio (prima frenato da varie misure, anche costrittive, dell'Austria), non solo verso la classica meta deil'lmpero austro-ungarico, ma anche verso i Balcani, 'le Russie', 'le Germanie', la Francia e l'America meidionale. Riguardava soprattutto il Pedemonte e le valli, dove avrebbe presto assunto dimensioni di esodo biblico. Nel contempo, intorno al Novecento, ai tradizionali settori industriali dell'area pordenonese si affiancavano quelli, inizialmente e parzialmente indotti, della metalmeccanica e del legno, per cui la città si confermava sempre giù punto di convergenza per tutta la pianura circostante. Drammatici furono gli anni 1917-1918: nel novembre del 1917, per la rotta di Caporetto, proprio tra Tagliamento e Livenza si ebbero gli unici inutili tentativi di fermare l'avanzata austro-tedesca; un anno dopo, nel novembre del 1918, davanti al Tagliamento si spararono gli ultimi colpi della Grande Guerra.

Ma tra Caporetto e Vittorio Veneto sta un anno di dura occupazione da parte di un'Austria pure essa ridotta alla fame; mentre, almeno quaranta o cinquantamila furono gli abitanti del Friuli Occidentale che si sparpagliarono oltre Piave per l'Italia, mescolati alla ritirata caotica dell'esercito.

Dopo la Grande Guerra, mentre continuava il tradizionale flusso migratorio soprattutto dal Pedemonte e dalla Prealpe alimentato dall'apertura delle frontiere di nuovi paesi (Belgio, Svizzera, Australia ecc.) e dalla crisi mondiale che si verificò tra la fine degli anni Venti e l'inizio degli anni Trenta fin verso il 1935, si registrarono notevoli progressi soprattutto nel settore primario (specie con la fondazione nel 1930 del Consorzio di Bonifica Cellina-Meduna), ma anche in quello secondario con il grande sviluppo degli impianti idroelettrici (tra i più importanti in Italia) e la continua crescita del tessuto industriale, che si preparava così al grande balzo del secondo dopoguerra.

La seconda guerra mondiale pretese anche dal Friuli Occidentale un alto prezzo in vie umane oltre che in devastazioni: 4000 soldati, in gran parte alpini della 'Julia', caduti sui fronti francese greco-albanese, iugoslavo, russo, libico o in prigionia.

Moto dura fu la Resistenza partigiana tra il 1943 e il 1945, anche perché la zona fu inclusa nel III Reich come Adriatisches Kustenland: la lotta partigiana e antipartigiana assunse, quindi, una violenza e una durezza altrove inusitate, specialmente in segudo alla creazione, nel 1944, della 'Zona libera del Friuli e della Carnia, di cui la montagna pordenonese fece parte e che fu una delle più importanti tra le repubbliche create dalla Resistenza. Quasi un migliaio furono le vittime, tra civili e partigiani combattenti, e vari paesi (in particolare Barcis) subirono massacri e incendi.

Nello stesso 1945 cominciava la ricostnuzione, cui seguì (senza ombra di interventi pubblici, senza materie prime e risorse naturali, con il solo potenziale della posizione geografica, della tradizione secolare, dell'esperienza accumulata emigrando) quello straordinario sviluppo industriale che avrebbe imposto Pordenone, e poi via via la sua terra, all'attenzione internazionale, e guadagnato alla città nel 1968 il titolo di capoluogo di provincia di quel Friuli Occidentale di cui, economicamente e culturalmente, era sempre stata la massima espressione.